Privacy e Processo Penale: il problema aperto in materia di intercettazioni

Uomo al telefono per il tema delle intercettazioni

Nel mese di marzo si è tornato a parlare del complesso rapporto tra la tutela della riservatezza e l’esercizio della funzione giudiziaria in ambito penale: con un comunicato stampa del 1 marzo u.s. l’Associazione Italiana Giovani Avvocati (nel prosieguo, “AIGA”) ha inteso richiamare l’attenzione del legislatore sull’uso delle intercettazioni delle conversazioni tra avvocato e cliente.

Prima di discutere il contenuto del comunicato stampa si ritiene opportuno fornire di seguito un breve riassunto della normativa vigente in materia di intercettazioni e dell’uso che ne viene fatto nell’ambito della procedura penale.

Intercettazioni nel procedimento penale: il contesto normativo

L’art. 266 c.p.p. indica quali sono le condizioni che consentono l’uso delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni a mezzo di telefono o altri mezzi di telecomunicazione; queste condizioni possono riguardare la misura della pena prevista dal reato per cui si procede (superiore a cinque anni nel massimo per i reati non colposi e pari o superiore a cinque anni nel massimo nel caso di reati contro la pubblica amministrazione) ovvero il tipo di reato, qualora rientri nel novero previsto al comma primo del citato articolo, lettera b) – f-quinquies).

In presenza di queste condizioni, il Pubblico Ministero deve presentare al Giudice per le Indagini Preliminari richiesta di autorizzazione, che riceverà risposta positiva solo qualora vi siano “gravi indizi di reato” e solo qualora l’intercettazione sia “assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini” (art. 267 co. 1 c.p.p.); il decreto con cui il Giudice autorizza il P.M. a procedere deve essere motivato, indicando le ragioni che rendono necessaria tale modalità per lo svolgimento delle indagini.

È altresì prevista una procedura d’urgenza per il Pubblico Ministero che non si discuterà in questa sede per ragioni di economia espositiva; per una visione d’insieme della disciplina, si invita alla lettura delle disposizioni normative agli articoli 266 e ss. del Codice di Procedura Penale.

Oltre a queste limiti “generali”, vi sono altri che attengono ai soggetti le cui comunicazioni si intende intercettare: ai sensi dell’art. 103 comma 5° c.p.p. infatti “non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari, né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite.

Comunicazioni tra Difensore e Assistito: il limite dell’art. 103 co. 5 c.p.p. alla luce della recente giurisprudenza

Nella pratica l’art. 103 comma 5° c.p.p. è stato frequentemente interpretato in senso più restrittivo rispetto al suo tenore letterale: infatti la giurisprudenza nazionale considera inutilizzabili le intercettazioni riguardanti solo le conversazioni tra i soggetti di cui al citato articolo che siano inerenti al rapporto “professionale” fra gli stessi.

Eventuali confidenze fatte dal soggetto intercettato all’avvocato-amico, in ragione del rapporto di amicizia intercorrente tra i due, sono state escluse dall’ambito di applicazione dell’art. 103 comma 5° c.p.p.1, avendo la Suprema Corte ritenuto che la ratio legis della disposizione codicistica fosse da ricercarsi nella tutela del diritto di difesa2 e non in una più generale volontà di tutela della riservatezza per i soggetti intercettati.

A posizioni radicalmente diverse è invece approdata la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella recente sentenza del 17/12/2020 (caso 459/18, Saber v. Norway3): la Corte ha infatti ribadito che chiunque intenda consultare un avvocato debba essere messo in condizione di discutere liberamente e senza alcun timore.

La Corte ha altresì affermato che l’ambito di applicazione del Legal Professional Privilege (L.P.P., ovvero la tutela della confidenzialità delle comunicazioni e dei documenti del professionista legale) non si esaurisce alle sole cause pendenti: chi si rivolge ad un legale, sia che lo faccia per ricevere assistenza in pratiche civili o penali sia per ottenere un generico consulto legale si aspetta ragionevolmente che comunicazione tra loro possa essere privata e confidenziale.

Il Comunicato Stampa di AIGA: possibile una soluzione normativa?

Nel proprio comunicato stampa del 01/03/2021, AIGA ha lamentato l’eccessiva diffusione delle intercettazioni delle conversazioni tra avvocato e cliente che le tutele previste dalla norma codicistica non ha saputo arginare; si legge infatti nel citato documento che “a nulla vale fare appello all’art. 103 c.p.p., sulla considerazione che l’illusorietà della millantata tutela contenuta nella norma, è di fatto superata dalla ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, che ritiene tale divieto non assoluto, ma soggetto ad una verifica postuma […]”.

Richiamando la già citata sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il Presidente dell’AIGA Avv. Antonio de Angelis ha contestato l’attuale sistema normativo in materia di intercettazioni, osservando come le garanzie previste dalla norma codicistica e costituzionale siano esposte “alla mercè degli inquirenti” e compresse da un’interpretazione giurisprudenziale che ne limita grandemente l’efficacia.

 In conclusione, AIGA ha auspicato un intervento da parte del legislatore che, “abbandonando il giustizialismo dilagante”, possa restituire efficacia alla tutela del diritto di difesa e della riservatezza delle comunicazioni tra avvocato e cliente.

Non v’è dubbio alcuno che l’attuale orientamento giurisprudenziale degli Ermellini, che subordina l’inutilizzabilità o meno delle intercettazioni effettuate ad una valutazione di attinenza al rapporto professionale in essere tra i soggetti intercettati, non consenta al privato di fare affidamento sulle garanzie previste dal L.P.P., limitandone grandemente l’efficacia in concreto; al fine di preservare la funzione garantista di questo istituto sarà indispensabile che la Suprema Corte Italiana riveda la propria posizione, allineandosi alle conclusioni a cui è giunta la Corte E.D.U. nella recente sentenza sopra citata.

Anche qualora si arrivasse ad un recepimento giurisprudenziale degli orientamenti della Corte di Strasburgo, resta auspicabile un intervento a breve termine del legislatore in tal senso, posto che le attuali problematiche ancora irrisolte sui tempi della giustizia italiana rischiano comunque di comportare un vuoto tutelativo che mette a rischio il reale godimento dei diritti di difesa da parte dei soggetti intercettati.


1 Sul punto si vedano le sentenze della Corte di Cassazione n.24451/2018 Sez.II e nr.26323/2014 Sez.II

2 Per tale interpretazione si veda la citata sentenza Cass. Pen. N. 24451/2018 Sez.II

3 La citata sentenza è reperibile qui

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