Processo Penale: via libera del Garante per la Riforma Cartabia

Processo penale telematico ad indicare la riforma Cartabia

Recentemente il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso parere favorevole sullo schema di decreto legislativo relativo alla riforma del procedimento penale (c.d. “riforma Cartabia”) che prevede una digitalizzazione di svariati aspetti della procedura penale, secondo tre principali direttrici: il processo penale telematico, la giustizia riparativa e le specifiche ipotesi di deindicizzazione (preventiva o successiva) riservata a imputati e indagati.

In accordo con quanto espresso dal Presidente Stanzione durante un suo recente intervento relativo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di cui la riforma Cartabia rappresenta uno dei passaggi fondamentali, l’Autorità ha riconosciuto la necessità e l’importanza di garantire una maggiore efficienza della macchina giudiziaria, soprattutto in ambito penale, da operare tramite una digitalizzazione che già ha interessato la giurisdizione civile, senza tuttavia perdere di vista i principi cardine in materia di trattamento dei dati personali così come espressi nel Reg. UE 679/2016 nonché nelle norme di recepimento interne.

A tal fine, come si vedrà nel prosieguo, il Garante ha indicato alcune tutele supplementari da adottare per garantire una maggiore sicurezza dei dati trattati, che ricadono in parte nella categoria dei c.d. dati giudiziari di cui all’art. 9 del GDPR.

La riforma Cartabia prevede in primo luogo l’attuazione del c.d. “processo penale telematico” che, come già accaduto per la materia processuale civile negli anni passati, vedrà come modalità generale di formazione di ogni atto del procedimento penale quella digitale, garantendone espressamente autenticità, integrità, leggibilità, reperibilità, interoperabilità e – ove la legge lo preveda – segretezza.

Al fascicolo cartaceo che oggi viene custodito presso le Cancellerie presenti nei Tribunali nazionali si sostituirà così un fascicolo informatico in cui saranno formati, conservati ed aggiornati gli atti, di cui verrà garantita un’agevole consultazione telematica nonché la trasmissione in modalità generale a richiesta del soggetto autorizzato.

Sul punto, il Garante ha ritenuto, come forma di opportuno coordinamento normativo, di aggiungere al testo di legge un esplicito richiamo al dovere di osservanza della disciplina della protezione dei dati personali.

In conseguenza della digitalizzazione degli atti penali, la disciplina della notificazione subisce un importante modifica: centrale è il ruolo assunto dal domicilio digitale, che rispetti i criteri di cui all’art. 16-ter del d.l. 179 del 2012, che diventa “luogo” privilegiato per la notifica nei confronti di interessato che ne abbia la titolarità. Altre forme di notifica “digitale” riguardano la possibilità di fare uso di un indirizzo di posta elettronica certificato (nel caso di dichiarazione di domicilio telematico) ovvero di un semplice indirizzo di posta elettronica non certificato, fornito dall’interessato stesso, ai soli fini del rintraccio o delle comunicazioni di cortesia.

Nei casi di notifica per pubblici annunci alle persone offese di cui all’art. 155 c.p., cui si ricorre quando il numero dei destinatari o l’impossibilità di identificare alcuni di essi rendono impossibile la notifica nelle forme ordinarie, lo schema di decreto introduce la possibilità di ricorrere alla pubblicazione dell’atto sul sito internet del Ministero della Giustizia, strumento ritenuto idoneo dal legislatore a garantire l’effettiva conoscenza dell’atto a tutti i destinatari.

Questo tipo di pubblicazione, tramite la diffusione di contenuti sulla rete, porta potenzialmente a complicazioni ben maggiori della tradizionale pubblicazione su supporto cartaceo, ben più limitata in termini di durata temporale e ambito divulgativo; per questo motivo, l’Autorità ha suggerito di inserire un termine massimo di pubblicazione in accordo al principio di proporzionalità del trattamento e di evitare l’indicizzazione del contenuto da parte dei motori di ricerca.

In ordine alla disciplina transitoria, la definizione delle regole tecniche riguardanti depositi, comunicazioni e notificazioni degli atti processuali viene demandata dal legislatore ad un successivo regolamento ministeriale, per il quale il Garante raccomanda di acquisire un preventivo parere positivo da parte della medesima Autorità; lo stesso ha altresì suggerito di ampliare il contenuto del citato regolamento includendo anche altri elementi importanti della riforma quali, a titolo meramente esemplificativo, modalità di formazione e conservazione del fascicolo informatico, gestione degli atti e dei documenti originariamente formati su supporto analogico.

Un ulteriore elemento centrale del processo penale telematico consiste nella disciplina della partecipazione a distanza, da parte dell’imputato/indagato, alle udienze e/o alla formazione degli atti: rispetto alle limitate ipotesi previste dalla normativa vigente (che riguardano principalmente il caso dell’imputato detenuto) viene prevista una casistica più ampia in accordo alla ratio legis di “semplificazione, speditezza e razionalizzazione del processo penale”. Resta ferma la necessaria garanzia di adeguatezza del mezzo a consentire un’efficace ed “effettiva partecipazione personale e consapevole dell’imputato al dibattimento” (Corte Cost., sentenza n. 342 del 1999).

Sul punto, il Garante ha sottolineato la necessità di introdurre, pur senza la previsione di una corrispondente ipotesi di nullità, adeguate garanzie anche sotto il profilo della sicurezza ed affidabilità del collegamento.

Anche la riforma delle ipotesi di giustizia riparativa è stata oggetto di attenta analisi da parte dell’Autorità in considerazione della delicatezza della materia; si ricordi che tra le linee guida cui tale particolare forma di giustizia deve ispirarsi vi è la riservatezza che copre tutte le dichiarazioni e le attività svolte nel corso dei programmi ad uopo previsti dai mediatori incaricati.

Tale obbligo di riservatezza, che vincola tanto il personale dei centri di giustizia riparativa quanto i mediatori stessi, si traduce nel divieto di pubblicare o divulgare le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite nel corso del programma prima della sua conclusione e della definizione del procedimento penale con sentenza ovvero decreto penale irrevocabile; sono previste eccezioni per i casi in cui vi sia il consenso dei partecipanti ovvero qualora la pubblicazione sia necessaria per prevenire la commissione di reati ovvero ancora quando le dichiarazioni stesse integrino una fattispecie di reati (es.: minaccia aggravata o calunnia).

Dopo la conclusione del programma di giustizia riparativa e la definizione del procedimento penale con sentenza o decreto irrevocabili, la pubblicazione del materiale precedentemente riservato è ammissibile con il consenso dell’interessato e nel rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali. Dell’attività svolta viene in ogni caso redatta, da parte del mediatore, una relazione conclusiva che viene fornita al Giudicante.

Appare evidente come le attività sopra descritte comportino l’acquisizione, la conservazione e la trasmissione di ingenti quantità di dati, attinenti per lo più a vicende giudiziarie e quindi ricompresi nel novero di cui all’art.9 GDPR; tuttavia, le misure tecniche adoperata per garantire la tutela dei diritti degli interessati non sono incluse nello schema di decreto, ma saranno invece specificate con successiva decretazione, di natura regolamentare, emessa da parte del Ministro della Giustizia entro un anno dall’entrata in vigore della norma primaria e previo parere favorevole del Garante.

Ultimo aspetto rilevante, sul lato privacy, del decreto riguarda le ipotesi di deindicizzazione (preventiva e successiva) espressamente previste dal testo di legge: si tratta di due forme di tutela del diritto all’oblio di imputati e indagati che presentano notevoli differenze sul piano contenutistico.

La c.d. “annotazione preventiva” costituisce un preventivo divieto di indicizzazione dei dati personali dell’interessato riportati nel provvedimento giurisdizionale, finalizzato a circoscrivere gli effetti della pubblicità agendo sulla reperibilità dello stesso già a partire dal sito istituzionale dell’autorità emanante; l’annotazione successiva introduce invece un criterio di valutazione, in ordine alla meritevolezza di un’istanza di deindicizzazione, fondata sulla prevalenza del diritto alla riservatezza, alla dignità e alla presunzione di innocenza rispetto all’interesse ad una indiscriminata reperibilità del provvedimento.

Con particolare riferimento all’annotazione preventiva, il Garante ha richiesto il contenuto dell’attestazione sia definito in riferimento all’obbligo di adozione, da parte dei siti che pubblicano i provvedimenti giudiziari, di misure tecniche idonee a sottrarre tale documento dall’indicizzazione rispetto a ricerche condotte a partire dal nominativo dell’istante. Per quanto riguarda invece l’annotazione successiva, l’Autorità ha chiesto al legislatore di chiarire già nel testo di legge che l’attestazione per il delisting lascia impregiudicata per il richiedente la possibilità di accedere alla più efficiente tutela dell’oscuramento dei dati nel provvedimento.

L’esperienza avuta in passato con la procedura civile, che, come detto in apertura, è già stata interessata da un procedimento di digitalizzazione, porta a pensare che le novità introdotte dalla riforma Cartabia potrebbero migliorare sensibilmente l’efficienza della macchina giudiziaria penale; tuttavia, la natura sensibile dei dati trattati all’interno del processo penale porta nuove sfide e problematiche in tema di sicurezza dei sistemi e di tutela della riservatezza per le quali il legislatore dovrà fornire adeguate garanzie.

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