Videosorveglianza: troppo poco interesse per la privacy di chi è ripreso

Videosorveglianza persone riprese

Il tema della videosorveglianza e dell’impatto che questa pratica ha sui dati personali che raccoglie è argomento che da diverso tempo interessa le Autorità Garanti dell’area economica Europea: già a partire dal 2019 l’EDPB (European Data Protection Board, ovvero l’organismo che raccoglie esponenti delle S.A. nazionali) ha presentato le proprie linee guida nr. 3/2019 cercando di fornire una regolamentazione precisa della materia ed arrivando addirittura a fornire ai titolari del trattamento il modello di cartello informativo, da esporre al di fuori del proprio esercizio o in ogni caso in prossimità dell’area soggetta a videosorveglianza.

Il Garante italiano è intervenuto a sua volta in diverse occasioni per sensibilizzare interessati e titolari all’argomento, pubblicando le proprie F.A.Q. sul sito istituzionale e monitorando il rispetto della normativa a livello nazionale, impegno che ha rinnovato per la prima metà del 2022 inserendo il controllo dei sistemi di videosorveglianza nel piano delle attività ispettive per l’anno corrente.

Nonostante l’impegno profuso dalle S.A. sia nazionali che europee, sono ancora troppi i titolari che non rispettano la normativa vigente, mettendo così a rischio i dati personali in tal modo raccolti: secondo uno studio pubblicato recentemente da Federprivacy, su un campione di circa 2.000 cittadini interrogati su cosa osservino quando entrano in un esercizio pubblico dotato di impianto di videosorveglianza, solo nell’8% dei casi viene regolarmente esposto un cartello informativo compilato a norma di legge, mentre per il 38% non viene fornito alcun avvertimento né informazione.

Anche per le imprese le cose non vanno molto bene: circa il 15,2% delle sanzioni comminate dal momento dell’introduzione del GDPR sono relative a violazioni commesse mediante telecamere e strumenti di videosorveglianza, per un ammontare complessivo di circa 3,9 milioni di euro.

Nel rimandare il lettore alla visione dell’articolo pubblicato sul sito di Federprivacy per una visione d’insieme dei risultati dello Studio, ci si vuole soffermare specificamente su un aspetto della questione sollevato nel citato documento: l’evidente mancanza di consapevolezza, anche tra gli addetti ai lavori, circa l’importanza del rispetto delle regole in materia di tutela della privacy per il buon funzionamento di una società civile.

L’idea che la privacy venga concretamente considerata come un diritto “di serie B”, ovvero uno che debba venire sacrificato alla presenza di diversi interessi confliggenti, non dovrebbe stupire il lettore: si pensi, ad esempio, alle sistematiche violazioni della riservatezza effettuate dalle agenzie investigative americane in nome della sicurezza nazionale di cui si è più volte parlato nei nostri articoli.

La possibilità che il diritto alla riservatezza, come tutti i diritti personali, possa venir compresso per il contrasto con alcune esigenze fondamentali non è in discussione: l’esperienza della pandemia e l’introduzione del Green Pass, strumento che, è bene ricordarlo, è stato oggetto di specifica approvazione da parte del Garante Italiano, ne è solo la dimostrazione più recente; tuttavia, sarebbe auspicabile da parte dei soggetti coinvolti in decisioni di questo genere la presenza di una reale giustificazione, di una necessità effettiva che imponga il sacrificio.

Purtroppo, ad oggi il mancato rispetto delle garanzie a tutela della riservatezza è più spesso dovuto a negligenza e al rifiuto di rispettare regole percepite come troppo gravose e di scarsa rilevanza, rifiuto che trova talvolta una sorta di giustificazione indiretta.

Si pensi ad esempio alla necessità di presegnalare (mediante lo stesso cartello previsto per la videosorveglianza) la presenza di sistemi di rilevamento delle infrazioni (telecamere) in prossimità dei semafori: tale obbligo, ribadito dal Garante nelle proprie FAQ in materia di videosorveglianza, è frequentemente rimasto “lettera morta”; orbene, parte della dottrina giuridica ha teorizzato che la sanzione amministrativa comminata tramite la telecamera non segnalata, essendo emessa in violazione dell’art. 13 del GDPR (e prima dell’art. 13 del previgente Codice Privacy), sarebbe annullabile ai sensi dell’art. 21 octies L. 241/1990 (o Legge sul procedimento amministrativo).

Tale interpretazione è stata stroncata dalla Cassazione con la sentenza nr. 8415 del 27/04/2016 nella quale si legge: “In materia di circolazione stradale, l’obbligo di preventiva informazione del trattamento dei dati personali operato a mezzo di dispositivi elettronici per la rilevazione delle violazioni al codice della strada, introdotta a carico dei comuni nella delibera del Garante […] è correlata funzionalmente al rispetto di un obbligo di riservatezza e non mira, invece, a disciplinare la condotta di guida, sicché la sua inosservanza […] non incide sulla legittimità dell’accertamento e l’irrogazione della sanzione”.

Questa pronuncia, risalente ma tutt’ora applicabile e che costituisce giurisprudenza sulla materia, appare censurabile su numerosi punti di vista: volendo prescindere da considerazioni in materia di gerarchia delle fonti di legge ovvero di certezza del diritto, più adatte ad una dissertazione prettamente giuridica che ad un approfondimento in materia di privacy, bisogna in ogni caso concludere che agli occhi della Suprema Corte la tutela della riservatezza è obiettivo secondario rispetto all’accertamento e al sanzionamento di condotte di guida irregolari.

Così facendo, la Corte limita fortemente le conseguenze negative che il Comune di turno si potrebbe trovare ad affrontare per il mancato rispetto della normativa in materia di videosorveglianza: il cittadino interessato che volesse rilevare la violazione del dovere di informazione da parte dell’Ente dovrebbe ricorrere direttamente al Garante e non potrebbe in ogni caso contestare la validità della sanzione amministrativa; in concreto, la citata sentenza finisce per avvallare il comportamento negligente di molti Comuni che mancano di adeguarsi alle disposizioni normative in materia privacy senza che ciò comporti per loro, nella maggioranza dei casi, conseguenze dirette e tangibili, posto che per ogni Ente sanzionato dal Garante ne esistono molti altri che, per così dire, “la passano liscia”.

Si consideri altresì che una diversa presa di posizione del Giudicante che portasse invece all’annullamento delle sanzioni comminate in violazione dell’art. 13 del GDPR non lascerebbe certo priva di tutela la sicurezza degli utenti della strada, posto che esistono norme e strumenti diversi per perseguire le condotte illecite più pericolose (si pensi ad esempio all’art. 186 CdS in materia di guida in stato di ebrezza ovvero agli articoli 589 bis e 590 bis in materia di omicidio o lesioni stradali); semplicemente, l’annullabilità delle multe illecitamente inflitte costituirebbe un potente incentivo per spingere i Comuni negligenti ad adeguarsi finalmente al Regolamento Europeo e a garantire una più efficace tutela della privacy degli utenti della strada.

In conclusione, non si può che auspicare una maggiore consapevolezza da parte di tutti i soggetti che a vario titolo e a diversi livelli sono coinvolti nelle operazioni di videosorveglianza, sia da parte di chi concretamente installa o fa uso di tali sistemi sia da parte di chi è chiamato a garantire il rispetto della normativa in materia.

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